Ogni cosa è illuminata

Ogni cosa è illuminata

Un campo di girasoli che toglie il fiato e lascia di stucco, una casa in mezzo a tutto questo giallo, ed un volto antico e senza tempo. E tre uomini ed un cane squilibrato che corrono (in)contro alla storia. “Ogni cosa è illuminata”, del regista Liev Schreiber, porta sul grande schermo uno dei romanzi più geniali degli ultimi anni, “Everything is illuminated” , scritto da Jonathan Safran Foer. Il giovane Jonathan – l’elemento autobiografico del romanzo è evidente e dichiarato-, di famiglia ebrea americana, ossessionato dal collezionismo degli oggetti di famiglia e gravato da una pesante eredità storica familiare – il nonno era approdato nel Nuovo Mondo dopo essere miracolosamente scampato allo sterminio nazista in Ucraina – decide di partire, di tornare là dove tutto era iniziato, a Trachimbrod, Ucraina, da dove il nonno era fuggito decenni prima, salvato da una bellezza locale di nome Augustine.

Jonathan apprende sommariamente la storia del nonno dai ricordi di sua nonna, e da una foto in bianco e nero, che ritrae Safran senior con la sua salvatrice. e così, armato della suddetta foto, di una cartina e di un mucchio di bustine di plastica – indispensabili per la raccolta di memorabilia e cimeli per la sua collezione familiare – parte per Odessa, da dove si sposterà verso l’ignoto. Ad accompagnarlo in questo folle viaggio ci sono Alex e il nonno finto cieco, che pretende di portar dietro anche la propria “cagna guida ufficiosa”.

Le rocambolesche avventure dei tre terminano in mezzo ai girasoli, là dove trovano tutto quello che resta di Trachimbrod: una donna e i suoi ricordi chiusi in scatole catalogate. Scarpe, denti, anelli, capelli, vestiti: tutti oggetti di persone che non sono scampate alle rappresaglie naziste, tutti simboli di vite disfatte, vacui ricordi di ciò che non è più e che non ha lasciato traccia nella storia “maggiore”.

La vecchia donna, Lista, accompagna Jonathan lì dove la tragedia si è consumata, vicino al fiume Brod, così freddo ed indifferente verso i suoi figli, e, col volto cinereo e segnato, racconta con occhi di ghiaccio e voce flebile di come il villaggio è stato annientato. Il nostro eroe trova dunque ciò che cercava: la memoria, il tassello mancante, l’origine e la ragione, quello che suo nonno non aveva mai voluto dire di quel volto bellissimo che sta al suo fianco nella foto. La Shoah entra in punta di piedi, delicatamente, restando quasi defilata rispetto alla storia dei personaggi: la tragedia storica è una catarsi, i protagonisti si raccolgono attorno ad essa e per la prima volta comunicano e si avvicinano, scoprendo di poetr condividere molto più di quanto ci si aspettasse. Pertanto chi si aspettasse di trovare il solito film documentario sulla strage degli ebrei resterà deluso: “Ogni cosa è illuminata” parla di un aspetto di questa storia, ma non al punto da monopolizzare il mood di tutto il film , che si rivela nel complesso divertente, ironico, commovente e pieno di spunti originali. Questo ed altro nel film, girato magistralmente, con una fotografia da brividi ed una colonna sonora creata ad hoc da artisti ucraini. In poche parole: un opera unica e toccante. In video si vede un percorso lineare (pochi ed opportuni i flashback),sfrondata, depurata in molte sue parti rispetto al romanzo, che è invece monumentale e di difficile fruizione in alcune parti, e che trae proprio da questo la propria forza ed originalità. Libro e film, entrambi imperdibili. Così come Elijah Wood, che lascia i panni dell’hobbit errante e, inforcati gli occhiali modello fondo-di-bottiglia, da’ al protagonista Jonathan un volto dolce, malinconico e un pò perplesso di fronte alla “molto rifìgida ricerca” da affrontare, ma sicuramente “illuminato” dalla luce del passato.

Articolo curato da Valentina “Blue Valentine” Confido

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Redazione
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