La ragazza del lago
|
Stritolato nella solita morsa dei blockbusters americani, nelle sale italiane quest’anno è uscito un film che dovremmo definire “minore” e che invece è riuscito ad imporsi all’attenzione generale, sia di pubblico che di critica (la conferma l’abbiamo sia dai discreti incassi sia dai premi riconosciuti a questa pellicola come il trionfo ai David di donatello con ben 10 statuette). Stiamo parlando di
La Ragazza del lago, film che segna il debutto dietro la macchina da presa per Andrea Molaioli, esordio avvenuto dopo anni di apprendistato come assistente e aiuto-regista alle spalle dei migliori cineasti nostrani (Nanni Moretti e Mimmo Calopresti giusto per fare qualche nome). Molaioli , coadiuvato da Sandro Petraglia, ne scrive anche la sceneggiatura, basandosi sul libro “Lo sguardo di uno sconosciuto” del norvegese Karin Fossum.
La trama del film è molto semplice e lineare : in un piccolo paesino friulano, immerso nel verde e nella quiete, un omicidio scuote la sovrana tranquillità; omicidio che vede vittima una giovane e affascinante ragazza del luogo, trovata cadavere ai piedi del lago. Sul posto arriva quindi il commissario di turno (Servillo), giunto in paese per altri motivi presto risolti (una bambina data scomparsa) e chiaramente intenzionato a far luce sulla vicenda……
Il film è egregiamente girato, considerando il fatto che ci troviamo davanti ad un opera prima; Molaioli non disdegna qualche delicato tocco di stile, aiutandosi inoltre ora con gli incantevoli paesaggi friulani ora con la ricercata e originale colonna sonora. Ancora una volta sopra le righe Toni Servillo, ormai possiamo definirlo il miglior attore italiano vivente, senza la minima paura di esagerare; anche in questa pellicola Servillo dà vita ad un personaggio meraviglioso: pacato ma deciso, scorbutico e al tempo stesso capace di battute fulminanti, sofferto ma mai abbattuto, l’unico rischio che corre il talentuoso attore campano è quello di incappare nel ruolo clichè (il personaggio taciturno che parla solo se indispensabile nonchè fumatore incallito l’avevamo già visto nel meraviglioso Le Conseguenze dell’amore, anche se in vesti molto differenti). Ma più che di clichè bisogna rintracciare il suo metodo di interpretazione nella formazione teatrale, cosi come il suo seguire una tipologia di scuola che dice “per interpretare al meglio un ruolo bisogna togliere e non aggiungere, sino ad arrivare all’essenziale”, obiettivo che Servillo raggiunge alla perfezione; nota di merito anche per Fabrizio Gifuni, sicuramente il migliore tra i vari co-protagonisti che si alternano al fianco di Servillo.
Non possiamo non notare una doppia similitudine tra La Ragazza del lago e il mitico serial tv americano degli anni 90 Twin Peaks, firmato dal grande David Lynch: la prima similitudine è il misterioso ritrovamento della ragazza, nuda, ai piedi del lago (fiume nel caso di twin peaks) affascinante e triste allo stesso tempo, coperta solo da una giacca (telo nel caso del telefilm); la seconda similitudine e proprio il ruolo che svolge questo ritrovamento; non come inizio di un giallo\thriller tipico, con una banale caccia all’assassino, ma come fulcro (anche nel senso “meccanico” del termine), come apripista per una serie di esplorazioni interiori, psicologiche, che ci aprono il varco di personaggi che credevamo in un modo e scopriamo diversi; chiudendo il cerchio del paragone bisogna però dire che mentre nel film tutto rimane il più possibile aderente alla realtà, in Twin Peaks numerose erano le metafore fantasiose e le divagazioni oniriche. Il film non annoia, i vari personaggi sono ben costruiti e delineati, rispecchiano fedelmente la “profonda”provincia italiana, che con le varie somiglianze si perde nella distinzione tra nord e sud: la provincia dove “tutti sanno tutto di tutti”, dove le morbosità mal si celano, dove se parliamo di bar o di farmacia possiamo intenderne solo uno, senza rischi di fraintendimenti; la morte della ragazza si trasforma in un pretesto, in una lente di in gradimento che mette splendimente a fuoco soggetti più o meno distrurbanti, personaggi che fanno a pugni con l’immagine sobria e garbata che la provincia vorrebbe dipingersi addosso, e le restituiscono invece un tratto nascosto e ossessivo.
Sicuramente da segnalare questo primo lungometraggio di Molaioli, dimostrazione di come americani, cinesi, indiani o italiani che siano, i bei film si impongono sempre.
Articolo curato da Pasquale Romano









