Crocevia della morte
Forse non tutti sanno che esiste una coppia di giovani fratelli, americani ma non troppo, che ha realizzato alcuni dei più bei film degli ultimi vent’anni, marcandoli con uno stile assolutamente unico e originale e regalandoci momenti di estasi cinematografica assoluta. Forse non tutti sanno che questa coppia sublime ha realizzato nel 1990 un gangstar-movie perfetto che di gran lunga possiamo ascrivere all’Olimpo del genere in questione. Forse non tutti sanno che questo gioiello dei Coen si chiama Crocevia della morte. Non c’è cosa più ridicola di un uomo che insegue il proprio cappello ma non c’è cosa più poetica di un cappello trasportato via dal vento, su un tappeto di foglie scure, in un bosco dai toni dorati. Con queste immagini incantevoli inizia quello che si può tranquillamente definire un capolavoro, senza esagerare affatto. Un affresco del gangsterismo mai cosi stuzzicante, con quella impronta tipica dei Coen che marchia tutto di humour nero e di violenza realistica, una storia articolata e fascinosa, fatta di bugie e di doppigiochi, di amori e di omicidi, di potere e di minacce. Nella cornice del proibizionismo, una città americana dell’est viene contesa fra chi ha sempre comandato e chi vuole diventare il nuovo capo, fra irlandesi e italiani. Protagonista di questa storia il braccio destro del boss al potere, un anti-eroe straordinario interpretato da un grandissimo Gabriel Byrne, apparentemente freddo e calcolatore, dagli splendidi toni noir dei film di una volta. Districandosi fra amori voluti e proibiti, fra complotti e piani diabolici, questo personaggio ci dimostrerà una umanità inaspettata, una coscienza e una bontà d’animo che in quel mondo cinico potranno rivelarsi fatali. Sballottato ovunque dagli eventi, vittima di ripetuti pestaggi, pregno di un ironia beffarda, questo protagonista rievoca alla mente una altro grande anti-eroe del cinema, quell’investigatore curioso che fu fatto grande da un monumentale Jack Nicholson in Chinaotwn di Polansky. Ma Crocevia della morte non ha i toni drammatici e altisonanti del monumento cinematografico del maestro polacco, è insaporito invece di quella sfumatura quasi caricaturale, grottesca e un pò paranoica che è la base di ogni lavoro dei Coen e che li ha fatti grandi. Supportato da una cast straordinario che include fra gli altri un odioso e viscido John Turturro, uno straripante Albert Finney e l’immancabile e irresistibile Steve Buscemi, questo film che custodisce in se alcune scene memorabili di una bellezza disarmante, si rivelerà ai vostri occhi come una delle cose più ammalianti che possiate mai vedere. Gustatevelo e cosi col tempo, magari non tutti, ma molti di più certamente sapranno.
Recensione curata da Mauro "Il Giostraio" Santoro





















