American Gangster

  • American Gangster
  • Durata: 157"
  • Genere: Drammatico
  • Anno: 2007
  • Regia: Ridley Scott

Ci era ormai venuto il dubbio ma grazie a Dio film come questi ci rassicurano ; ebbene si, Hollywood sa produrre ancora grandi film : epici, avvincenti e senza dover per forza scegliere in quello che è l’eterno dilemma cinematografico ( privilegiare una facile via commerciale che piacerà al grande pubblico o l’opera di nicchia e alternativa che tanto strizza l’occhio ai critici?). Questo American Gangster è il primo lampo di luce di questo 2008 che si preannuncia intensissimo ed è un film che piacerà a tutti i palati, fini e non. La trama si sviluppa negli anni 60’ e 70‘, (gli anni del Vietnam, di Martin Luther King e dell’eroina diffusa quanto il caffèlatte) : il boss di Harlem, Bumpy Johnson, muore lasciando cosi un eredità pesante ; a sorpresa il suo posto viene preso dal suo autista , Frank Lucas (Washington), che riesce a scalare rapidamente i vertici del potere grazie ad un idea tanto semplice quanto devastante per la sua ascesa economica : prendere l’eroina direttamente dal produttore e, senza alcun intermediario, venderla alla metà del prezzo e ad una qualità mai vista prima, con un marchio che diventa sinonimo di qualità e fiducia, blue magic. Tra chi dà la caccia a Lucas si distingue l’integerrimo detective Richie Roberts (Crowe), appena divorziato e conosciuto (o meglio ancora deriso) da tutti i colleghi per aver restituito un milione di dollari ai propri capi. Negli anni Lucas, senza guardare in faccia nessuno e creandosi innumerevoli nemici arriverà a guadagnare anche 1 milione di dollari al giorno… Va bene, il materiale a disposizione di Ridley Scott (a proposito, finalmente un ritorno sui suoi elevati standard dopo anni di crisi ) era tanto: una grande storia realmente accaduta e che buca un periodo storico denso di avvenimenti e rivoluzioni storico-social-politici, due grandissimi attori non a caso premi oscar come Russel Crowe e Denzel Washington a cui affidare il film metà ciascuno (giusto per stare tranquilli) e il classico intrigo di potere, soldi e droga che riesce sempre a dare ottimi risultati sul grande schermo. Il film è imperniato attorno ad una multipla contrapposizione: il buono e il cattivo, il bianco e il nero, il cattolico praticante e l’ebreo, il gangster capo-famiglia di una tribù e il solitario detective ; contrapposizione che vede il suo momento più rappresentativo nella simbolica (e un pò forzata) scena del pranzo nel giorno del ringraziamento : da una parte il gangster\lucas si trova felice a pregare e banchettare in una gigantesca tavolata con la sua numerosa famiglia, dall’altra invece il detective\roberts pranza nella sua casetta umile, da solo, e prepara tristemente un sandwich improvvisandone gli ingredienti. Tutti questi fattori fanno si che sia più facile azzeccare il film piuttosto che sbagliarlo, ma anche se facilitato da queste numerose circostanze, bisogna comunque dare al regista i giusti meriti ; il film è grandissimo, intenso, senza nessun calo di tensione emotiva, non avverte cedimenti strutturali nella parte finale e soprattutto la lunga durata viene ben presto assorbita e dimenticata. Il punto di forza è proprio questo : alla distanza, dove la maggior parte dei film si inceppa, questo American Gangster invece acquista ancora più forza e convinzione, regalando un quarto d’ora (quello che porta all’arresto di Lucas) veramente da brividi, da assoluta antologia del cinema per ritmo, tensione e qualità delle inquadrature . Scott sceglie il racconto alternato servendosi di un doppio montaggio (dell’italiano Pietro Scalia) e di una doppia fotografia (per quanto inflazionata in questi anni, Harris Savides disegna benissimo una livida e sofferente New York). Impeccabili tutte le interpretazioni, dai protagonisti all’ultima comparsa ; per quanto riguarda Crowe e Washington, è inevitabile metterli su una bilancia per vedere chi pesa di più alla fine del film: e se proprio di sfida vogliamo parlare, per quanto equilibrata il vincitore risulta essere Washington. Per l’ennesima volta stupefacente l’attore di colore, freddo, spietato e sempre pronto a rispondere alle minacce e alle provocazioni con un sarcastico ghigno accompagnato dalla frase “sei un amico” ; mai eccessivo e sempre credibile sia come glaciale assassino che come premuroso figlio che porta ogni domenica la mamma a messa. Buona anche la colonna sonora, sia originale che non originale, quest’ultima composta dai brani più famosi di quegli anni ; anni bui e difficili, che questo film ci aiuta a conoscere. Servendosi per l’ennesima volta nella storia del cinema della grande mela, (New York e dintorni) qui usata come specchio di quell’epoca, corrosa e corrotta, marcia e malata, uscita con le ossa rotta da una illusoria rivoluzione.
Articolo curato da Pasquale Romano

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