Far Cry Primal – Recensione

Far Cry Primal

Sayla, dammi la clava!

Con tutto il frenetico errare che caratterizza, tirannicamente, la giornata media dell’uomo moderno, è inevitabile sentire – di tanto in tanto – il richiamo suadente di tempi più semplici, tempi in cui l’unica sovrastruttura che dominava l’uomo era il cielo azzurro.

Dopo avervi turlupinato con questa apertura pseudo-filosofeggiante, lasciatemi dire che, il più delle volte, questa pulsione di “ritorno alle origini” si traduce in sabati pomeriggio passati a mangiare 5-6 etti di carbonara direttamente dalla padella, sorseggiando birra del discount da uno scarpone da sci anni ’70.

Nel caso dell’industria videoludica, questa spinta “primitiva” ha portato alla luce titoli di sicuro interesse, come il giocatissimo Ark: Survival Evolved, il promettente Horizon: Zero Dawn e Far Cry Primal, spin-off preistorico della celebre serie di casa Ubisoft e oggetto dell’odierno sproloquio.

 

Far Cry Primal

 

Siamo i Wenja! …e per qualche motivo tutti ci odiano

In Far Cry Primal ci ritroviamo a vestire i panni… pardon, le pelli di Takkar, un irsuto membro della tribù nomade dei Wenja, stabilitasi nella regione di Oros diverso tempo prima dell’inizio delle vicende narrate. Ora, per qualche motivo i Wenja non piacciono a nessuno. Sarà perché sono una tribù pacifica in tempi tutt’altro che pacifici. Sarà anche perché portano collanine di conchiglie come segno distintivo d’appartenenza, mentre il resto del mondo utilizza teschi umani come elementi d’interior design. Rimane il fatto che le restanti tribù, ovvero i mangiacarne Udan e gli adoratori del fuoco Izila, hanno fatto di tutto per togliere dal mondo i poveri Wenja, ora ridotti a piccoli gruppi isolati e in continuo spostamento. Questo almeno fino all’arrivo di Takkar, un “prescelto” destinato a riunire la propria gente e guidarla verso la riconquista di Oros.
Come avrete intuito, il punto forte di questo Far Cry Primal non è certo lo spessore narrativo della trama, ma in fondo perché dovrebbe? Ci troviamo 12.000 anni nel passato, in un’epoca senza politica, intrighi, ambiguità o misteri, in un mondo dove l’unica cosa che conta veramente è arrivare a vedere l’alba del giorno successivo. Pertanto non criticherò la semplicità della storia scritta da Ubisoft, innanzitutto perché si sposa alla perfezione con l’ambientazione scelta, e secondo poi perché il vero motore dell’immersione del giocatore è tutt’altro. La bellezza delle lande di Oros, unita al fascino di un mondo immediatamente percepito come vivo, violento e incontaminato, porta il giocatore ad ignorare la linearità dell’avventura e a lasciarsi cullare dalle note di una sinfonia di colori tanto brutale quanto innegabilmente seducente. Perdonatemi il paragone (diamine, ho veramente paura dei fan di questa saga) ma, proprio come nei titoli Souls, la direzione artistica generale è più che in grado di colmare le lacune della narrazione. Parere personale, non venitemi sotto casa con pece e piume. Sono allergico.

 

Far Cry Primal

 

FPC: First Person Clavate sui denti

Inutile dire che l’ambientazione scelta per Primal non è solo incredibilmente suggestiva, ma anche straordinariamente carica di potenziale profondità ludica. Dopo l’annuncio, non ho potuto infatti esimermi dal fare pensieri sconci sulle possibili estensioni tentacolari della formula di Far Cry in un contesto intrinsecamente survival. Pensate se il classico gameplay FPS della saga Ubisoft fosse stato ibridato con elementi appartenenti al genere succitato, magari con l’aggiunta di una componente di reale – seppur non eccessivamente complesso – micro-management legato alla gestione della tribù e delle risorse per il sostentamento dei suoi membri. Voglio dire, ma che stracacchio di figata fotonica sarebbe stata?
Purtroppo, però, gli sviluppatori di Ubisoft hanno deciso di giocare sul sicuro, non uscendo troppo dal tracciato segnato per gli ultimi due capitoli della saga, già ampiamente sovrapponibili.
Partiamo quindi dalla caratteristica che, sin da subito e in maniera lampante, distingue Primal dai suoi predecessori: l’assenza di armi da fuoco. Data l’ovvia assenza di sparaproiettili tecnologicamente avanzate, in Far Cry Primal il combattimento a distanza fa affidamento, per lo più, ai tre archi potenziabili in dotazione al buon Takkar. Il fatto che la potenza di fuoco del protagonista sia rappresentata esclusivamente dall’arma che, nei precedenti giochi della serie, era il letale sinonimo di “uccisione silenziosa” fa capire come il gameplay di Primal sia stato progettato per favorire un approccio il più furtivo possibile. In quanto prescelto dei Wenja, Takkar è un “Maestro di belve”, ovvero un individuo in grado di comandare a suo piacimento – previa cattura – un buon numero di fiere artigliate, tutte dotate di caratteristiche diverse che si adattano a stili d’approccio differenti. L’animale “base”, nonché ulteriore supporto nella “condotta stealth” che il gioco incoraggia, è un maestoso gufo. Il volatile ci aiuterà a pianificare strategicamente l’azione sorvolando come un drone i nemici e marcandoli proprio come il binocolo\macchina fotografica dei precedenti titoli, e sarà inoltre in grado di attaccare gli avversari sia direttamente, sia scaricando loro addosso “bombe primitive”. Prima che il vostro cervello vi porti ad immaginare violente precipitazioni di escrementi, precisiamo che nel gioco è possibile craftare ordigni di vario genere, di carattere prevalentemente organico, come bombe cariche d’api o colme dei fumi della decomposizione. Tornando al gufo, il pennuto potrà condividere con voi un altro elemento inedito del gameplay di Primal: la vista del cacciatore. Questa particolare modalità di visione, molto simile all’occhio dell’aquila di Assassin’s Creed, metterà in risalto diversi elementi dell’ambiente circostante, come nemici, animali selvatici, punti di interesse e, più in generale, ogni genere di risorsa da aggiungere all’inventario. È proprio raccogliendo risorse che passerete buona parte del vostro tempo a Oros, visto che rocce, legno, pelli, ossa, erbe e fiori saranno elementi essenziali per la vostra progressione in Primal. Una volta completate specifiche missioni della storia e assoldato i membri chiave dei Wenja 2.0, le risorse raccolte vi permetteranno sia di ricostruire il vostro villaggio (pratica necessaria per sbloccare i tier d’abilità superiori), sia di produrre e potenziare le armi a vostra disposizione. Tra queste ci saranno ovviamente anche un certo numero di “spaccacrani” da corpo a corpo, visto che, una volta esaurita l’opzione silenziosa, vi troverete a dover “spiegare” le vostre ragioni a nutriti gruppi di selvaggi all’assalto. Proprio il combattimento ravvicinato è però, purtroppo, l’aspetto del gameplay che Ubisoft ha trattato con maggiore superficialità. Una volta impugnata la vostra brava clava, il grilletto destro (o il tasto sinistro del mouse) vi permetterà di menare colpi a ripetizione o di caricare affondi più potenti tramite la pressione prolungata del tasto. Alla prova del fuoco, il tutto risulta fin troppo confusionario e semplificato, data l’assenza di parate, schivate o tatticismi di alcun genere. Potrete anche decidere di scagliare l’arma contro il nemico ma, a meno che non si tratti di una lancia, il risultato dello sforzo sarà perlopiù uno spreco delle risorse necessarie al crafting del sostituto. Tanto per fornirvi un quadro comparativo, il combattimento corpo a corpo di Far Cry Primal è caratterizzato da una profondità tale che al confronto Skyrim è Dark Souls (cavolo l’ho rifatto). Fortunatamente le possibilità offerte alle dinamiche battagliere dall’utilizzo delle diverse bestie ammaestrabili migliorano, e di molto, la valutazione generale dello specifico comparto del gameplay. Ancor più che nei precedenti capitoli della serie, tra l’altro, la fauna selvatica rappresenta un elemento cardinale della credibilità del mondo di gioco, visto che passeremo buona parte delle nostre giornate a inseguire o a sfuggire a qualche genere di creatura zannuta, specialmente durante la notte, quando l’esplorazione si farà nettamente più pericolosa.
In generale, con Primal è evidente il tentativo di Ubisoft di distaccarsi ancora di più dalle dinamiche FPS che hanno segnato l’origine della serie Far Cry, cercando di entrare in pieno territorio action\adventure. Si tratta però di un tentativo riuscito solo in parte perché, in definitiva, questo spin-off non riesce a definirsi come una creatura completamente diversa e originale, e per noi, considerando il potenziale del prodotto, si tratta di un vero peccato.

 

Far Cry Primal

 

Far Cry Primal: Bellezza primitiva

Dal punto di vista tecnico, pur non scostandosi molto dal precedente capitolo della serie numerata, Far Cry Primal è un prodotto veramente interessante. Sebbene il motore grafico sia sempre l’ottimo Dunia Engine 2, gli sviluppatori hanno saputo dare al mondo di Oros una personalità e una ricchezza uniche. Effetti di luce intensi e piacevolmente volumetrici, uniti ad una palette vibrante e saturata rendono la natura selvaggia di Primal un vero spettacolo per gli occhi, tra calde foreste ricche di dettagli e zone innevate glacialmente suggestive. Migliorate anche le animazioni dei personaggi, in particolar modo per quanto riguarda i volti, decisamente credibili, dei personaggi principali. Il titolo Ubisoft si comporta molto bene sulla console di Sony, offrendo un framerate decisamente stabile, eccezion fatta per qualche freeze occasionale che comunque non inficia affatto la godibilità complessiva. Discorso diverso per la versione PC, nettamente più problematica. Anche non considerando i problemi delle schermate di errore dei primi giorni, l’ottimizzazione del gioco risulta piuttosto discutibile. Messo alla prova su un sistema ben oltre i requisiti raccomandati, il gioco non riesce infatti a mantenere un framerate stabile a 60 fps. Una circostanza ancor più strana se si considera che il capitolo precedente si era dimostrato ben più performante. Ottimo il comparto sonoro, specialmente per quel che riguarda i rumori ambientali, un elemento chiave del coinvolgimento in titoli di questo genere. Come nota a margine, dobbiamo fare un plauso ad Ubisoft per il lavoro svolto nel creare da zero la lingua preistorica dei Wenja: in nessuna istanza abbiamo avuto l’impressione che i personaggi blaterassero fonemi a caso, visto che la composizione delle frasi e la modulazione delle tonalità risulta sempre straordinariamente credibile.

 

Far Cry Primal

 

Concludendo…

Pur non riuscendo a presentarsi sul mercato come un esemplare unico nel suo genere, Far Cry Primal si dimostra comunque un prodotto decisamente all’altezza degli standard del suo segmento. L’ultima avventura di Ubisoft è forte di un gameplay intenso e divertente che, seppur non privo di lacune, riesce a mantenere il giocatore incollato alle schermo per un buon numero di ore. Ottima anche la realizzazione tecnica, sebbene la versione PC avrebbe potuto trarre beneficio da un altro paio di settimane di messa a punto. In definitiva, ci sentiamo di consigliarvi caldamente questo Far Cry Primal, specialmente se avete amato i precedenti capitoli della serie.