Che i giochi abbiano fine

Prima dell’inizio del suo lungo viaggio (7 stagioni), Bruno Heller sapeva che avrebbe dovuto inventare un personaggio originale per stuzzicare l’interesse del pubblico. Sapeva che il rischio era quello di finire sepolto nel marasma caotico delle serie poliziesche, che spingono lo spettatore medio a guardare un episodio su dieci, mentre si addormenta sul divano di domenica sera (e in questo momento, potreste cominciate a sentirvi sempre più calmi e rilassati, pensando al tepore che questa atmosfera vi suscita). Le esigenze che Bruno Heller sentiva erano quelle di creare un personaggio d’impatto, particolare, stravagante e allo stesso tempo umano.

Patrick Jane e amici

Patrick Jane (interpretato da Simon Baker) è un ex medium o psichico (per chi non lo sapesse, un imbroglione che finge di parlare coi morti in cambio di soldi, come ce ne sono a bizzeffe in Italia) che ha pestato i piedi al serial killer sbagliato. Il fantomatico John il Rosso, sminuito pubblicamente da Jane durante uno show televisivo, si vendica uccidendo moglie e figlia del mentalista, evento che fa partire la storia. Si tratta di una storia di vendetta come tante, insomma, ma con un personaggio costruito bene. Patrick inizia a collaborare con il CBI e diventa subito l’elemento fondamentale per la risoluzione dei casi, tramite i suoi lampi di genio e le sue soluzioni eccentriche. Vi basti per un attimo provare a non pensare a un ombrello a pois? Se la prima immagine che si è formata nella vostra mente è proprio la suddetta, allora capirete quali sono i metodi di Jane. Un mentalista è abile nell’arte della suggestione, dell’influenza del giudizio e nell’uso delle tecniche ipnotiche. Vengono esplorate le potenzialità della programmazione neuro-linguistica, viene mostrata la forza della memoria e vengono date dimostrazioni di illusionismo. Baker ne fa un’interpretazione magistrale, con un corredo meravigliosamente preciso di linguaggio del corpo. In fondo, è proprio questo quello di cui si parla (o si gesticola). Di contro, viene coerentemente sottolineata la goffaggine di Patrick negli scontri fisici (gli appassionati si saranno messi a contare tutti i pugni nel naso presi dal biondo beniamino), che terminano il più delle volte con il damerino che se la dà a gambe, lasciando le patate bollenti in mano ai suoi colleghi. Già, i colleghi. Menzionando brevemente Rigsby e Van Pelt, ci appare chiaro come mai si sia scelto di tagliarli fuori dall’azione nell’ultima stagione. Si tratta sì di personaggi accessori, ma fin troppo stereotipati. Qualche parola va invece spesa per Kimball Cho, la cui storia parallela viene forse approfondita troppo poco, quando invece poteva rappresentare uno spunto di variazione nella routine della serie. Il pubblico curioso sul passato del poliziotto di ghiaccio viene deluso da come si lascia “cadere la cosa”. Per quanto riguarda Teresa Lisbon, invece, è da tener presente la sua importanza per l’ultima parte della serie, dove si guadagna in qualche modo il ruolo di co-protagonista.

La storia

Personaggi tutto sommato ok, con un protagonista forte. E la storia? Heller partiva con una mano di poker potenzialmente buona, ma si è giocato le sue carte in modo opinabile. C’era un piatto ricco, che si faceva sempre più appetitoso con le apparizioni delle vittime della nemesi di Patrick, che poteva essere vinto e portato a casa. Si poteva persino rilanciare, facendosi due calcoli mentali, e osservando le retroazioni fisiche del pubblico, insistendo ancora di più sul filo rosso (si, proprio rosso) della vicenda, e sviluppando maggiormente lo scontro tra John il Rosso e l’eroe in gilet. Sta di fatto, però, che Heller dà “fold” quasi a metà della sesta stagione. La storia di John il Rosso, che avrebbe potuto concludersi (come era stato inizialmente programmato) a fine della terza stagione, viene portata avanti, con i suoi alti e bassi. La partita a scacchi tra i due geni continua, fino a quando Patrick arriva a stilare una lista di sospetti. La rivelazione dell’identità del killer ha risvegliato molti spettatori dallo stato di trance, scatenando un putiferio. Se c’è un’incorrettezza imperdonabile sui dettagli (viene detto che Patrick e John il Rosso si fossero stretti la mano nel loro primo incontro, cosa in realtà non avvenuta), è la conclusione della storia che lascia l’amaro in bocca più che mai, soprattutto per chi si aspettava duelli mentali a colpi di suggestione ipnotica e manipolazione. Ma le scelte disastrose non finiscono qua. Perché Heller, rendendosi conto di aver perso la mano, comincia un’altra partitacambiando tutto il mazzo. E se prima se la giocava con tutte le carte a disposizione, questa volta la scelta è quella di puntare su un solo seme: i cuori.

Tanti cuoricini

La storia d’amore ci può anche stare, fintanto che non si stravolge un intero impianto narrativo per far contente le fangirl – specialmente quelle antipatiche, fissate con la moda di accorpare i nomi dei personaggi coinvolti. Il cosiddetto Jisbon (Jane + Lisbon) è rivolto a un nuovo tipo di pubblico. Un cambio di target forse indovinato sul piano economico, ma decisamente inaccettabile per gli appassionati della vecchia serie. La nostalgia arriva palate quando vediamo un Patrick innamorato, che ha perso gran parte della sua abilità e acutezza a scapito della passione per il suo ex capo Teresa Lisbon. Un finale scontato rimarca la seconda brutta partita di Heller, che, seppur portandosi anche a casa qualche spicciolo, poteva effettuare scelte decisamente migliori.

In conclusione, ci sentiamo di affermare che le potenzialità c’erano, soprattutto nella costruzione del protagonista. Un progetto iniziale più studiato avrebbe potuto rendere The Mentalist una serie capostipite del genere, mentre ora la osserviamo tirata a fondo da un intreccio debole e ripensato. Viene da chiedersi? Che ne potevano sapere loro? Potevano forse leggerci nella mente?

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